L’articolo 5 della nostra Costituzione recita: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. Un simile principio, sancito all’indomani del secondo conflitto mondiale, ha permesso a quei soggetti geografici,politici e giuridici quali le regioni di acquisire una rilevanza di cui prima non potevano (e non dovevano) disporre. Il braccio di ferro tra potere centrale e autonomie locali, infatti, andò avanti fino al 1970, anno in cui, si cominciarono ad attuare interventi legislativi specifici a sostegno del decentramento. In quegli stessi anni, anche le forze politiche si adeguarono al trend politico-culturale che fu, ad onor del vero, il cavallo di battaglia delle forze richiamatesi al pensiero sturziano (http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Sturzo), autorevole sostenitore del principio di sussidiarietà, lo stesso che, anni dopo,venne introiettato dalle istituzioni dell’Unione europea facendone un caposaldo delle politiche territoriali da implementare.ù
I partiti, anche la sinistra dirigista e centralista di ispirazione comunista-sovietica, decisero di riadattare la propria azione ponendo maggiore attenzione alle tematiche locali, cercando di riappropriarsi del filo diretto elettore-eletto attraverso la promozione e la difesa di istanze,come dire, identitarie.
Fu questo il ceppo da cui si svilupparono movimenti politici, teorie riguardanti una rinnovata visione della penisola italiana. Fu il padre del pensiero leghista (Gianfranco Miglio) a teorizzare, tra una lezione universitaria ed un incontro presso la foce del Po, la suddivisione italiana in “macroregioni” (nord-est, nord-ovest, centro, sud, isole) vista l’omogeneità economica di questi aggregati e le differenze socio-culturali di cui erano portatori. Siamo negli anni ‘80 ed una simile visione venne tacciata come “eretica” facendo gridare allo scandalo dovuto alla subliminalità con la quale si alludeva alla più antipatriottica della ipotesi: il federalismo.
E’ in questo humus che cresce via via la convinzione di alcuni studiosi che: se è vero che esistono differenze socioculturali tra le diverse regioni o macroregioni italiche esse vanno ricercate per mezzo di sofisticate indagini socioeconomiche ed “appianate” attraverso una saggia redistribuzione delle risorse. Tutto ciò, come ricorderete, non fu altro che una gattopardesca operazione di lifting politico-economico, laddove le politiche assistenziali rivolte al sud del nostro Paese averebbero dovuto lasciare spazio a principi di autonomia, responsabilità e giustizia.
Parallelamente, in seno a questo complesso hardware, si innestò in maniera maggiormente incisiva, la pervasività delle politiche di stampo europeo, avallate dalla progressiva cessione di sovranità degli Stati membri dell’Unione e dal “contraccambio” attraverso cui la bandiera con le stelline gialle conquistò i cuori anche dei più scettici: i fondi strutturali, i soddi!
Noi siciliani (meglio i nostri politici) , già avvezzi al repentino cambio di patria, ci dichiarammo da subito fedeli sostenitori dell’Europa unita proclamando, nelle segrete dei bar e tra i vicoli delle città la fatidica sentenza: Spagna o Francia (o Europa), l’importante c’a si mancia…
Ad onor del vero il neoassistenzialismo europeo fu contemperato dal tentativo di introdurre principi autonomistici che responsabilizzassero i territori inducendoli ad un utilizzo proficuo delle risorse. In realtà, però, nei tre cicli di finanziamenti che si sono succeduti fino a questo momento pochi sono stati i risultati raggiunti anche se nulla che si possa paragonare alla nefasta politica della c.d. Cassa per il mezzogiorno. Un carrozzone capace di soffocare anche il più blando pensiero rivolto ad uno sviluppo che possa dirsi autosostenuto e non eterodiretto secondo fini altri che prescindono dalle più semplici logiche di mercato.
Questo rappresenta il quadro in cui oggi ci muoviamo ed interessante è quello che sta succedendo in Sicilia. Le due principali formazioni politiche hanno fondato “distaccamenti regionali” che si sono alleati in nome di un autonomia rievocata, in primis, dall’attuale presidente/governatore della Regione. Una svolta, questa, che assomiglia a quella deglia anni ‘70 ma che, grazie al lavoro ventennale della Lega Nord, ha spostato la questione dalla contrapposizione destra-sinistra ad una più “antica” nord-sud. Questa strada dovrebbe condurre ad un periodo di riforme che vada dal senato federale al rafforzamento della rappresentanza in senso territoriale.
Ma siamo sicuri che sia la via giusta? Il decentramento del potere deve essere contemperato, per forza, da un rafforzamento del premier?
In realtà, se da un lato l’istanza identitaria e territoriale risulta inevitabilmente rafforzata delle spinte centrifughe ed omologanti del processo di globalizzazione, dall’altro parlare di ingegneria istituzionale è ben altra cosa. Un senato federale, ad esempio, rischierebbe di non eliminare il problema della ridondanza delle funzioni delle due camere mentre un presidente del consiglio “troppo forte” darebbe adito a chi teme derive pebliscitarie tipiche di un popolo latino e volubile come il nostro.
Per mio conto sarei favorevole ad una confederazione regionale in cui, politici delegati nei rispettivi territori secondo un principio proporzionale, si ritrovassero in un’unica camera dove “parlamentare”. Una camera con un numero ragionevole di deputati (es: 100) consentirebbe un dibattito ed un confronto capace di tenere al minimo la gazzarra, cosa di cui gli italiani pare non riescano a fare a meno. Inoltre, la previsione di un presidente della confederazione spetterebbe al popolo in via diretta così da inserire, all’interno del consesso, l’elemento di discontinuità, l’eletto dalla gente secondo caratteristiche che la società di un determinato periodo storico ritiene siano più adeguate al benessere della nazione-confederazione.
Una simile impostazione, tuttavia, necessiterebbe di riflessioni che badino anche al ruolo dei cittadini italiani da garantire costituzionalmente. Un ruolo che prevede la partecipazione a decisioni rilevanti per il nostro paese. Penso alla scelta dei ministri, al referendum sulla guerra, alla possibilità che internet può concedere all’interazione tra cittadino ed istituzione, alle primarie, allo studio del profilo del candidato.
Esistono studi che muovono in questa direzione (demarchia,ecosofia) ma sembra che ci voglia ancora un pò di tempo prima di vederne frutti concreti. Nel frattempo la lotta per la conoscenza continua, quotidianamente. Per chi la intraprende una cosa è certa: la soddisfazione di sentirsi vivi e non solamente di esistere.











